A cura del Brigadier Generale
Antonio Torregrossa
Già Capo Sezione B.C.M. della
6a Direzione Genio Militare

È mia intenzione descrivere le circostanze, gli eventi ed i fatti che forse sono già noti a coloro che, adulti, hanno vissuto negli anni della Guerra 1940/45.

Oggi molti mostrano stupore e meraviglia sentendo affermare che, in Italia, ancora esistono bombe e mine pericolose e nocive. Altri ignorano che ad Asiago, nell’Alto Friuli, nel Carso e in altri luoghi della Prima Guerra Mondiale ancora scoppiano le granate e gli ordigni lasciati dal 1915 al ’18. Alcuni, addirittura, suppongono che gli incidenti causati dagli ordigni bellici ed i danni e le vittime di questi sinistri, debbano rientrare nel novero d’eventi dovuti a forza maggiore e non a difettosa trascuratezza o colpa. Noi della B.C.M. la pensammo in modo sicuramente contrario e ritenemmo allora, così come ne siamo convinti adesso, che il pericolo costituito dai residuati esplosivi fosse da debellare. Uno Stato civile non può disconoscere che la guerra è un suo atto legittimo e che i suoi effetti e le sue conseguenze, essendo promanazione di tale atto, rimangono a suo carico senza poter mai essere imputati o fatti diventare reversibili su Enti o privati. Vediamo in sintesi cosa accadde, come si evolsero le cose e cosa si andò facendo gradualmente per la bonifica. Dopo l’abbandono della Libia, le azioni belliche interessarono il Territorio nazionale vero e proprio e la Sicilia, per prima, ebbe a patire il tormento della guerra e dei combattimenti, avendo le sue terre percorse dai contendenti.
Era il 10 luglio del 1943; un contingente di 160 mila uomini e 600 carri armati aveva messo piede sull’isola: gli americani guidati dal gen. Patton puntarono ad ovest; gli inglesi comandati dal gen. Montgomery si diressero ad est. La prima conseguenza fu l’infestazione diretta per campi minati, granate ed ogni altro tipo d’artifizio esplosivo, pericoloso e nocivo per l’incolumità di tutti, fossero i militari che si fronteggiavano od i civili che, inermi, ancor più erano colpiti dei primi.- Questi infatti, senza possibilità di reazione, perdevano beni, case ed anche la vita. Le popolazioni civili, d’altra parte e per altre offese nefande, quali erano i bombardamenti aerei, avevano già conosciuto i danni ed i dolori delle bombe che scoppiano, che incendiano, che distruggono e che uccidono. Merita ricordare che nella notte del 14 novembre 1940 la città inglese di Coventry subì dall’aviazione tedesca un pesante attacco con molti morti e notevoli distruzioni; da quel momento fu coniato un nuovo verbo “coventrizzare” dal significato più che evidente: radere al suolo! La guerra continuò il cammino dal sud verso il nord e, gradualmente andò ad estendere i suoi effetti nocivi per tutta Italia, anche quando i combattimenti erano ormai passati e gli avvenimenti erano soltanto un triste ricordo, più o meno lontano. I campi minati, le bombe e le granate inesplose, gli aggressivi e gli esplosivi bellici lasciati, sia da chi si ritirava sia da chi vinceva ed avanzava, più che mai manifestarono la loro insidia e la loro pericolosità: bambini, donne ed uomini che finalmente credevano di ritornare in pace nelle loro case, trovarono nelle stesse, attorno a loro e dove meno si potesse pensare, il pericolo di cose che, se toccate, maneggiate od urtate, distruggevano gli esseri umani ed i loro beni. Già durante i bombardamenti si era manifestata la presenza di bombe inesplose e la necessità d’inertizzarle, rimuoverle ed eliminarle. Localmente, senza alcuna predisposizione organica o razionale, volontari od inconsci operatori di pace, cercavano di annullare la possibilità d’offesa di queste “cose” spesso sacrificando la propria integrità e la propria esistenza, forse per altruismo forse per spirito d’avventura, forse per chissà quale altra idea od ipotesi ignota ed imponderabile. Gruppi autonomi, il più delle volte radunati dai Comuni di città bombardate, cominciarono questa prima fase di bonifica. Erano civili, guidati da esperti anche improvvisati che poi, lavorando, affinarono l’esperienza e l’arte e divennero, se superstiti, specializzati in questo lavoro. A Milano, a Roma, a Treviso, a Bologna, a Firenze ed in tante altre città, dopo ogni bombardamento, erano segnalate alle Autorità le posizioni e le presenze delle bombe d’aereo che non erano scoppiate. Così pochi uomini, con a capo un esperto improvvisato in materia, o nella migliore ipotesi guidati da ex genieri ed ex artificieri militari, iniziarono la loro opera preziosa di disattivazione e di rimozione di questi residuati. Ogni tanto un incidente frenava gli slanci e fermava la più buona volontà di questi impavidi; poi ritornava la determinazione di fare e, forti dell’esperienza a caro prezzo conseguita, affinata l’arte, si migliorava la possibilità di eliminare almeno le bombe che, cadute ed inesplose, erano ancora affioranti od addirittura scoperte sul terreno.

Come difendersi da queste numerose insidie?

È evidente che si trattava di un problema la cui soluzione era d’esclusiva pertinenza militare ma, dopo l’8 settembre, nel Regno del Sud esisteva un Governo che non disponeva ancora di un Esercito degno di questo nome; le diffidenze alleate, soprattutto inglesi, la stanchezza morale e materiale dei militari che si erano sbandati costituivano gravi remore al riguardo. In Sardegna, alcuni nostri militari privi di comandi organizzati, dopo aver vagato per l’Isola si raccolsero in gruppi che, a richiesta dei privati e in cambio di vitto ed alloggio, iniziarono l’eliminazione delle mine che erano state interrate dalle truppe tedesche in funzione difensiva. Poi il “Governo di Bari” riuscì a costituire un raggruppamento motorizzato che, comandato dal Generale Dapino, poté entrare in combattimento aggregato ad una Divisione americana, con l’obiettivo di Monte Lungo, posizione decisiva per avanzare verso Cassino.

Era l’inizio della rinascita del nuovo Esercito italiano!

Gradualmente vi confluirono i militari che erano rimasti nella parte meridionale dell’Italia, si organizzarono i Reparti, si ricostituirono le specialità, si partecipò attivamente alla liberazione del suolo Nazionale e si cominciò a pensare anche a tutta la complessa problematica discendente dalle guerre e dalle conseguenze delle azioni belliche.

L’INFESTAZIONE DELLE MINE E DEGLI ALTRI ORDIGNI BELLICI ESPLOSIVI:

Cessati i combattimenti, il principale dei problemi da risolvere fu quello rappresentato dalle mine, dagli ordigni, dagli esplosivi e dagli altri residuati bellici. Questi, disposti nelle maniere più impensate e per le ragioni più disparate erano, in ogni modo, in grado di scoppiare al minimo urto e di distruggere tutto ciò che era nel loro raggio d’azione. Le bombe d’aereo inesplose, forse per la loro notevole dimensione, erano quelle che più prudentemente gli inesperti evitavano. Le granate ed i proietti il più delle volte, per il loro aspetto che ne indicava chiaramente la natura, erano trattate analogamente con prudente timore.
Le mine invece costituivano l’insidia più diretta e nociva perché, caparbiamente occultate e distribuite specialmente nei punti di più facile passaggio e percorrenza, distruggevano sia mezzi, sia macchine, sia uomini. La prevalenza delle persone umane che più soffriva per questo stato di cose, erano proprio i bambini e gli adolescenti che, per la loro naturale curiosità ed innocenza, prima d’ogni altro ne restavano vittime e le mine, sovente, erano “organizzate” in campi minati, con trappole che, funzionando, distruggevano tutto. Per queste ragioni la situazione dei campi minati era tale da richiedere un’organizzazione di bonifica vasta ed urgente. L’impiego delle mine era stato largamente usato quale ostacolo attivo laddove si erano temuti sbarchi o si svolgevano azioni di resistenza con conseguente sosta, più o meno prolungata, da parte delle truppe operanti. Agli sbarramenti delle coste della Sicilia seguirono quelli della costa Calabra, delle teste di sbarco di Salerno e di Anzio, della linea “Gustav” sul Volturno e Garigliano, della linea “Hitler” a Cassino, quelli della Toscana e dell’Umbria e quelli della linea “Gotica” nelle Marche, nell’Emilia-Romagna, in Toscana ed in Liguria. A tali principali linee di sbarramento o zone d’arresto, vanno aggiunte quelle minori di taluni settori costieri della Sardegna, della Liguria e del Veneto. In più, altre numerose zone minate furono lasciate qua e là a protezione di depositi, magazzini, comandi, lungo le strade ordinarie, ferrovie, canali, idrovie, elettrodotti, impianti industriali, ponti, case, ecc. L’infestazione dalle mine e dagli altri ordigni bellici aveva ed ha sempre avuto due caratteristiche fondamentali:

  • quella per residuati in superficie sul terreno od altro genere d’immobili o cose, che dovevano essere rastrellati, rimossi, inertizzati e in ogni caso, eliminati o distrutti;
  • quella per mine, bombe, granate, esplosivi od analoghi manufatti, da ricercare perché occultati sia in sbarramenti minati, che per un’infinità d’altre cause o ragioni dirette o consequenziali, come l’approntamento di fornelli per distruzione di ponti, strade, ferrovie od altre opere d’arte, l’interramento di colpi d’artiglieria (o da bombardamento aereo) inesplosi, il seppellimento di depositi di bombe e granate, l’abbandono d’ordigni in postazioni, sul fondo di fiumi, canali ed altri specchi d’acqua, ed altre circostanze analoghe e simili per cause ed effetti. Precisare il numero e l’estensione dei campi minati sarebbe oggi impossibile, perché molti erano stati manomessi nel corso della guerra, posati senza alcuna registrazione o modificati dai reparti combattenti per esigenze pratiche. Le segnalazioni a suo tempo pervenute alle autorità civili e militari alleate ed italiane del tempo, ed i rilevamenti fatti in seguito alle numerose disgrazie, avvenute specialmente subito dopo il passaggio del fronte, riguardavano una superficie dell’ordine di varie decine di migliaia d’ettari di terreno minato e numerosissime opere d’interesse pubblico e di pubblica utilità, che richiedevano un’immediata bonifica in tal senso. La vastità e la complessità del problema richiedeva tempo ed un’organizzazione tecnica intensiva che, adeguandosi alle molteplici necessità, fosse in grado di subire successive ed adatte trasformazioni. Circa le caratteristiche delle mine impiegate è sufficiente ricordare che i tipi delle mine anticarro ed antiuomo ritrovate nei campi minati superarono la sessantina, di cui soltanto alcune erano note all’inizio dei lavori di sminamento. Numerose le “insidie” aggiuntive collegate alle mine nelle condizioni più diverse. Insidie che riuscirono a mietere vittime anche fra il personale più esperto. Tutte le mine avevano in sé un alto grado di pericolosità, ma in modo particolare lo erano quelle “amagnetiche” (in legno, in vetro, in materiale plastico, in calcestruzzo, in cartone pressato e catramato) e le bombe a farfalla. Queste ultime, disseminate specialmente in molte zone della Sicilia e del Veneto, per la loro dislocazione (di norma in superficie) ed il loro equilibrio instabile, costituivano un grave pericolo non solo per la popolazione civile ma anche per gli animali. In quanto alla distribuzione dei campi minati, oltre ai campi “regolari”, molti erano quelli di disturbo o d’arresto creati senza alcuna regolarità geometrica, con affrettati metodi di posa, nonché quelli resi irregolari da successive manomissioni, come abbiamo già citato. Furono proprio le manomissioni, le variazioni intervenute nel tempo, le condizioni d’interramento, la scomparsa di riferimenti in sito, la modifica della vegetazione, gli accorgimenti usati nella posa delle mine a rendere veramente ardue le operazioni di sminamento integrale. Tanto è vero che anche quando si fu in possesso dei piani militari di posa degli sbarramenti minati, questi furono utilizzati, di massima, a solo titolo orientativo, visto che la maggior parte dei campi minati, all’atto della bonifica, si presentarono in condizioni differenti da quelle descritte nel piano originario. Infatti, diversi campi minati registrati come campi regolari, risultarono infestati soltanto da mine isolate ed irregolarmente distribuite, mentre altri furono densamente minati, fino a trovare oltre 8.000 mine per chilometro quadrato.

Da ciò appare chiara la difficoltà d’esatti censimenti e d’esatte valutazioni preliminari, ma anche l’estrema pericolosità delle operazioni di bonifica, durante le quali il metodo, la prudenza, la pratica ed il coraggio non sempre riuscirono a proteggere la vita degli sminatori, combattenti volontari di questa terribile ed insidiosa battaglia.

Tutte le circostanze ed i particolari sinora espressi portano, secondo il nostro parere, ad alcune considerazioni fondamentali, che ci permettiamo di elencare:

  • le mine e gli altri ordigni, comunque occultati, sono pericolosi perché in grado di recare danno qualora siano incautamente toccati, calpestati o subiscano pressioni o percussioni;
  • gli stessi residuati interrati o, comunque, nascosti sono distribuiti senza un ordine o disposizione logica; ciò impone un’azione di ricerca basata su mezzi, tecniche e norme razionali e di sicurezza;
  • si tratta, sempre, di materiali di esclusiva natura militare, con esplosivi militari, residuati di guerra e per cause di guerra.

Chi doveva provvedere al riguardo? ovviamente lo Stato e, per lui, la sua parte militare.

Gli eserciti combattenti avevano specifici Reparti che effettuavano la posa delle mine e dei campi minati e che provvedevano anche al forzamento di quelli nemici per permettere l’avanzata delle proprie Unità; è evidente che questi, conoscendoli, per un’ovvia transitività d’azione, erano i più qualificati a cercarli ed eliminarli. Più avanti, quando parleremo delle Compagnie Militari dei Rastrellatori di Mine, ritorneremo su quest’argomento e vedremo come, realmente, questa bonifica fu affidata alle Armi dell’Esercito che in ciò erano specializzate. Per ora, anche secondo una rigorosa evoluzione cronologica, dobbiamo precisare che, a parte i gruppi di ricercatori di bombe da aereo agenti localmente e dei quali abbiamo già parlato, la prima ed urgente azione di bonifica dai campi minati, fu affidata a reparti specializzati, dapprima inglesi, americani e polacchi e poi italiani, che agirono tanto ai fini militari veri e propri, che per indilazionabili esigenze di pubblica utilità.

LE COMPAGNIE MILITARI DEI RASTRELLATORI DI MINE

Il Tenente Vittorio del Re ha raccontato che circa 600 giovani, con ancora sul viso i segni delle sofferenze patite, dopo l’armistizio erano accampati alla meno peggio sotto vecchie tende militari, in attesa di ricevere ordini per la loro destinazione. Quei giovani erano i soldati del 387° Reggimento Fanteria “Friuli”, del “CVII Battaglione Mitraglieri Autocarrato di C. d’A.” e del “1° Battaglione Minatori”, tutti Reparti che avevano fornito prova di non comune valore nel 1943 durante le operazioni della campagna di Corsica, dalla quale furono poi trasferiti in Sardegna e da lì fatti rientrare in continente. Il 12 luglio 1944, il Ministero della Guerra ordinava la mobilitazione delle forze militari bonificatrici dei campi minati con la costituzione della 561™ e 562™ Compagnia Rastrellatori Mine. L’istruzione dei militari componenti le Compagnie, appartenenti a tutte le Armi e specialità, fu facilitata dall’assegnazione di specialisti dell’Army sub Commission Alleata e di Ufficiali molto pratici delle mine, per aver fatto parte di Reparti che avevano partecipato alla battaglia per la liberazione di Cassino.

Furono così, subito valorizzate le possibilità tecniche di quei pochi che avevano scarse cognizioni sugli esplosivi, mettendoli in grado, poi, di fare da maestri ai compagni che furono a loro affiancati.
Animati dal più alto senso d’altruismo i giovani rastrellatori impegnarono tutte le loro energie nell’opera a loro affidata, tanto da permettere in breve tempo il ritorno degli abitanti nei centri urbani.
Il primo di questi Reparti, addestrati a Capua, fu subito inviato al seguito delle truppe combattenti per aprire loro varchi e per agevolarne l’avanzata lungo il litorale tirrenico. Gli Uomini della 562™ Compagnia, già esperti dei combattimenti, il 18 dello stesso mese, liberati dall’ansia febbrile dell’incerto avvenire, si trasferirono a Pescara e, dopo alcuni giorni di riorganizzazione, iniziarono la bonifica dei campi minati. Quella città era destinata ad essere la prima spettatrice delle loro gesta gloriose; infatti il Reparto giungeva nella predetta località che era stata trasformata in un immane trabocchetto per la presenza di mostruosi ordigni esplosivi. I lavori dovevano essere estesi a molte altre importanti località delle Regioni Italiane e le braccia, anche se volenterose, erano poche. Fu istituita, perciò, la Scuola d’Addestramento al Rastrellamento Mine; la prima del genere in Italia. Subito dopo, appena si ottennero i primi nuclei di militari addestrati nel pericoloso lavoro, fu iniziata l’opera di bonifica dalle mine delle città liberate e nella zona della Maremma Toscana, su opere pubbliche e su aree di privati. La 562™ Compagnia Rastrellatori Mine allargò il suo campo d’azione; mentre un buon numero di militari era assegnato ai vari distaccamenti nei quali fu frazionato il Reparto, si andavano forgiando nuove forze bonificatrici nella Scuola che era nata ai piedi della Maiella, a Guardiagrele, che poi si trasferì a Silvi Marina. Si rivide, così, per opera loro, correre sulla rete ferrata adriatica, da Ortona a Mare a Pesaro, il treno, primo apportatore di benessere materiale e spirituale.  Si restituirono al loro antico splendore le spiagge centro adriatiche trasformate, dalla presenza delle mine, in insormontabili campi trincerati. A dire il vero, i risultati raggiunti furono anche il frutto di una buona assistenza data dalla Commissione Alleata per le Province di Chieti, Teramo, Pescara e Pesaro. Nell’aprile 1945, in seguito a scioglimento della predetta Commissione, il Reparto passò, sempre per l’impiego, alle dipendenze dell’H.Q./AC V™ Region –

Dovunque operarono quei debellatori della morte, ritornò la vita.

Il lavoro era reso ancora più difficile dalla mancanza di strumenti adatti per la ricerca delle mine. Bisognava sondare il terreno palmo per palmo, con un semplice spuntone, per accertarsi della presenza o meno degli ordigni di morte. A vederli intenti al rastrellamento, piegati sul corpo, con gli occhi tesi in basso, a punzonare la terra, quanti cuori si sono empiti d’intima commozione e ammirazione! Ma la morte, celata spesso nei posti più impensati, chiedeva sovente il sacrificio che suol domandare agli audaci: quello della morte! Il Reparto infatti, registrava nel primo mese di attività il nome di due caduti e diversi feriti per infortuni sui lavori, riportando successivamente, in media, ogni mese, tre morti e quattro feriti. Mentre le file dei rastrellatori andavano assottigliandosi per i numerosi infortuni, la Scuola d’Addestramento della 562™ Compagnia apprestava le nuove energie da impegnare nel proseguimento e potenziamento della stessa lotta contro le mine. Nel marzo 1945, gli allievi della Scuola erano 50 Carabinieri prescelti dalle competenti Autorità per partecipare ad un rapido corso d’istruzione al rastrellamento mine. Terminato questo, subito dopo, la Scuola si preparò ad affrontare un compito assai più difficile e gravoso: l’addestramento dei 200 uomini componenti la 563™ Compagnia Rastrellamento Mine appena costituita. Si trattava di trasformare un Reparto, composto d’elementi privi d’ogni più elementare cognizione sulla Specialità, in un reparto Rastrellatore di nome e di fatto. Dopo varie settimane d’intensa attività addestrativa, la 563™ Compagnia era in condizioni di poter essere prontamente impiegata. Nel maggio riceveva il battesimo nell’Emilia-Romagna, dove da Silvi Marina era stata trasferita, giungendo a Ravenna. Nella stessa Regione, nel giugno ’45, assumeva nuova dislocazione la 562™ Compagnia Rastrellatori Mine, per far fronte ad urgenti opere di bonifica di particolare interesse pubblico. Dopo due mesi di lavoro svolto nella zona di Pavullo (Modena), il Reparto, il 16 agosto ’45, si trasferiva a Bagnacavallo (Ravenna).

Ai primi di giugno, i lavori assumevano un ritmo soddisfacente anche per la 563™ Compagnia Rastrellatori Mine, che si portava per rendimento e per organizzazione allo stesso piano della consorella.
Questo, mentre la Scuola d’Addestramento di Silvi Marina continuava la sua fatica, con l’istruzione di un nuovo Reparto: la 564™ Compagnia Rastrellamento Mine destinata ad essere impiegata a fianco delle altre due Unità, nell’agosto successivo, quando raggiunse la sede di Lugo. Col coordinamento del lavoro, si realizzavano risultati sorprendenti, sì che il pericolo delle mine era allontanato dai tratti degli argini dei corsi d’acqua della “Bassa Emiliana” dove erano state convogliate tutte le forze bonificatrici, onde permettere alle imprese interessate di procedere alle opere di ricostruzione. Nel maggio 1945 l’attività delle Compagnie Militari ebbe una notevole diminuzione perché, essendo cessate le operazioni belliche, i loro componenti iniziarono ad essere gradualmente posti in congedo. L’ultimo gruppo di soldati rastrellatori di mine “attivo” fu quello della 564™ Compagnia che, nel gennaio 1946, da Lugo di Romagna dove aveva fino ad allora agito, fu trasferito a Venezia. Qui, insieme a due Ufficiali già in loco, uno proveniente dalla fondazione della scuola b.c.m. di Forlì e l’altro dalle bonifiche della Val di Chiana in provincia di Arezzo, costituirono il primo nucleo del Comando Sottozona che poi si stabilì definitivamente a Mogliano Veneto. Con loro si avviò il deminamento del territorio di Chioggia e di Contarina, dove agirono fino al loro definitivo congedo.

Ritornati in abiti civili, prevalentemente continuarono a rastrellare mine, riassunti dall’Amministrazione militare come operai specializzati, oppure inserendosi nell’organizzazione civile che descriverò nelle pagine che seguono.

LE SCUOLE B.C.M.:

Dopo la liberazione del Territorio nazionale, gli stessi Comandi Operativi Alleati si resero conto della necessità di potenziare l’opera di bonifica dai campi minati e dagli altri ingenti quantitativi d’ordigni comunque lasciati dalle operazioni belliche. Di fronte ai danni ed ai pericoli derivanti dalle mine, come perdite di vite umane, ritardi nella messa a cultura dei terreni, perdita del patrimonio zootecnico, insorgenza di malattie epidemiche per l’inutilizzazione o la degradazione d’impianti idraulici, ecc., il problema “sminamento” divenne uno dei temi più assillanti del dopoguerra, cui si cercò di far fronte con i mezzi e le organizzazioni più disparate, non sempre convenientemente ordinate e non sempre adeguatamente attrezzate. Dopo gli interventi diretti ed immediati delle Compagnie Militari dei Rastrellatori di Mine, tutta una schiera di lavoratori della terra – proprietari e contadini – erano impazienti di ritornare al lavoro. Col rischio della loro vita, aiutati da altri volenterosi ed improvvisati tecnici, direttamente iniziarono la bonifica dei loro terreni. Abbiamo già visto sommariamente, quali fossero gli sbarramenti minati ed organizzati delle varie linee difensive e delle aree circostanti i vari punti di sbarco.

A questo tipo d’infestazione dovevano aggiungersi:

  • quello dei minamenti con ” trappole ” antirimozione di case, mobili ed oggetti, con specifiche funzioni antiuomo;
  • quello per le mine e campi minati isolati collocati negli ultimi momenti dalle opposte fazioni;
  • quello dei minamenti di ponti, strade ed opere d’arte per interruzione delle avanzate o per completamento di “sistemazioni difensive”; questi erano stati realizzati con “fornelli da mina” caricati con esplosivi, mine, granate ed altri ordigni di circostanza, utili a costituire potenti cariche esplosive dirompenti, sovente intrappolate per evitarne la disattivazione e l’inertizzazione;
  • quello notevolmente copioso per le granate e bombe inesplose dai combattimenti o residue dai reparti belligeranti che, in ritirata od in avanzata, le avevano abbandonate, senza alcun ordine o connessione razionale od ordinata per tutto il Territorio nazionale, in depositi, occultati in canali, fiumi ed altri corsi d’acqua, nelle ex postazioni di combattimento ed in mille altre maniere.

Così i vari Comandi territoriali del Governo Militare Alleato specializzarono, con appositi corsi, il nuovo Esercito italiano verso il quale avevano gradualmente riacquistato simpatia e fiducia. Si trattava, come già abbiamo accennato precedentemente, di affrontare una problematica spiccatamente ed esclusivamente militare, di promanazione bellica, da affidare alle “Armi” che in ciò erano qualificate e specializzate. Pertanto, dalla fondamentale classificazione già ipotizzata, l’Army sub Commission Alleata intervenne presso l’allora dicastero della Guerra che, sul finire dell’agosto 1944, si propose di effettuare un piano di bonifica ad hoc, utilizzando personale civile appropriatamente specializzato, destinandolo:

  • All’Artiglieria, per il rastrellamento e l’eliminazione di granate, bombe, proietti e tutti gli altri residuati, armi, munizioni, mezzi e materiali bellici, comunque esistenti sui terreni, sugli ex campi di battaglia, nei depositi e centri di raccolta e dovunque questi si trovassero;
  • Al Genio, per la bonifica dei campi minati ed altre analoghe ricerche d’ordigni bellici interrati od occultati, trattandosi d’attività e lavori militari di sua specifica competenza.

Il nostro lavoro aveva così inizio ufficiale.

Previ accordi con il “Comando dei Patrioti” residente in Roma, 1.500 rastrellatori civili furono ingaggiati fra i volontari di quel Reparto con esperienze d’artiglieria, minamenti o qualifiche affini.

Le cinque squadre dell’Army sub Commission, rinforzate ciascuna da tre Ufficiali italiani, con “buona conoscenza dello speciale servizio” organizzarono le “Scuole BCM” di:

CAPUA: per il Lazio meridionale e la Campania;
VITERBO: per il Lazio settentrionale ed l’Umbria;
CHIETI: per la zona dell’Adriatico già liberata;
ORBETELLO: per la zona litoranea tirrenica;
SPOLETO: per la Toscana.

Così si partì, posticipando di circa venti giorni il programma, con 50 unità per ogni “Scuola”, affidando i compiti di Orbetello (mai entrato in azione) a Pisa, che estendeva il suo territorio anche fino alla bassa Garfagnana, nel frattempo “liberata”. A distanza di altri 15 giorni, si apriva un’altra “Scuola” a Campobasso poi, seguendo l’avanzata delle truppe alleate, quella di Forlì. Questi primi elementi operativi agirono più col coraggio che con la tecnica, dopo insufficiente ed affrettato addestramento, con sommarie e limitate nozioni fornite da istruttori alleati sulle insidie da affrontare, senza attrezzatura adeguata, senza metodi appropriati. Solo più tardi, valendosi dell’esperienza – purtroppo sanguinosa – fatta sui lavori eseguiti, venivano raccolte notizie e dati dai quali furono tratte, elaborate e perfezionate, le norme tecniche ed i metodi più acconci per affrontare sistematicamente e con la maggiore sicurezza possibile i campi minati. Mentre all’inizio del servizio, di fronte al pericolo imprecisato ed immanente, gli uomini lavorarono quasi a contatto gli uni agli altri per assicurare la continuità della ricerca, dando luogo a disgrazie multiple, in seguito furono introdotte le distanze di sicurezza tra uomo e uomo e la sistematicità delle ricerche veniva affidata al regolare tracciamento e ripartizione del lavoro sul terreno ed alla rigorosa, sistematica progressione del lavoro stesso nelle strisce affidate a ciascun sminatore. La rimozione delle mine fu, conseguentemente, vietata e sostituita normalmente dalla distruzione in sito e furono adottati mezzi ed attrezzi sempre più idonei allo scopo (cercamine perfezionati, aste di sondaggio,
attrezzature minori appropriate, strumenti per rilevamenti esatti, ecc.). Questi organismi, creati man mano nelle varie zone del territorio liberato, risentirono della situazione generale del momento (indisponibilità d’adeguato inquadramento, scarsezza di mezzi tecnici e di trasporto, insufficienza di mezzi finanziari) e dell’urgenza di provvedere, in ogni caso e con tutti i mezzi possibili, all’indilazionabile problema di ridare vita alla terra. Le dimostrazioni di stima e d’apprezzamento non mancarono e furono soprattutto calorose ed affettuose da parte dei contadini che, impazienti, desideravano tornare alla loro terra. Prove di giudizio favorevole e d’ammirazione per l’opera dei volontari rastrellatori civili di mine venne ripetutamente dimostrata da attestati degli Alti Comandi e dalla stessa stampa.- Gli Inglesi, con affetto incominciarono a chiamarli “Men of Corn” (uomini del frumento).

ORGANIZZAZIONE EVOLUTIVA DELLA BONIFICA:

Dopo il primo corso, ciascuna delle “Scuole B.C.M.” già nominate, iniziò l’attività e passò ad addestrare nuovi volontari civili attraverso altri cicli di preparazione tecnica. Pur subendo drastiche diminuzioni per i numerosi incidenti e le ovvie dimissioni dei meno qualificati, questi centri incrementarono il numero dei rastrellatori e la quantità degli interventi bonificatori. Parallelamente ne entrarono in azione altre a Roma, Latina, Frosinone, Catania e Pistoia fintanto che, a fine aprile 1945, cessato il conflitto, e completato il quadro generale dell’infestazione bellica, si evidenziò tutta la complessa problematica del caso e la necessità di potenziare l’organizzazione teorizzata nel precedente settembre 1944, quantitativamente non realizzata. Allora l’Ufficio Centrale B.C.M., modificò la struttura delle “Scuole” e, sempre d’intesa con i Comandi Militari Alleati, fece aprire altri Centri a Bologna, Ferrara e Genova, modificando inoltre le precedenti giurisdizioni territoriali per adattare l’organizzazione a tutto l’ambito Nazionale. Si costituirono quindi cinque Comandi di Zona B.C.M. con sede rispettivamente a Capua, Roma, Firenze, Bologna e Genova, i quali si articolarono in:

  • 20 Comandi di Sottozona,
  • 79 Nuclei B.C.M.,
  • 233 Sezioni B.C.M. comprendenti 710 Squadre di Rastrellatori di mine di circa 3-4 elementi       ciascuna.

Tutta quest’organizzazione provvedeva, così, alla bonifica dei campi minati e di tutti gli altri ordigni esplosivi interrati, agendo prevalentemente in gestione diretta ed, in minor misura, con appalti affidati sempre a Ditte con rastrellatori abilitati nei centri militari.

Il 12 aprile 1946 con Decreto Legge Luogotenenziale n. 320, modificato ed aggiornato dal D.L.C.P.S. del 1.11.47, n. 1768 ed altre leggi integrative complementari, tuttora valide sotto l’aspetto giuridico, pratico e legale, venne costituito l’Ispettorato Bonifica Immobili Ordigni Esplosivi che raggruppò l’attività:
·  dell’Ufficio Centrale B.C.M. (conseguentemente soppresso); ·  dell’Organizzazione per la raccolta ed eliminazione dei materiali ed ordigni esplosivi in superficie od immagazzinati già di competenza dell’Ufficio Recuperi della Direzione Generale Artiglieria del Ministero della Guerra.

Ciascuna delle due branche, naturalmente, continuò nella specifica attività di competenza.
Continuando ad illustrare quella della bonifica campi minati, si ritiene opportuno ricordare che furono organizzati ed effettuati corsi d’addestramento più completi presso i Comandi Zona B.C.M. integrati da un Centro Addestramento per Dirigenti Tecnici ed Assistenti Tecnici a Centocelle (Roma), che costituì anche centro di raccolta e di studio degli ordigni recuperati e delle attrezzature e delle relative norme d’impiego sui lavori, facendo tesoro delle segnalazioni, delle proposte e degli insegnamenti tratti dalla pratica esecuzione della bonifica. L’applicazione delle norme elaborate con la più estesa collaborazione di tutti gli addetti al servizio B.C.M., diede palesi risultati sia per quanto riguardava una quasi assoluta garanzia di sicurezza con sensibilissime riduzioni delle disgrazie, sia per quanto ha tratto alla maggiore perfezione delle operazioni di ricerca e di sminamento, nonché all’uniformità ed all’aumento del rendimento degli uomini al lavoro. La percentuale degli infortunati rispetto ai 4000 brevettati civili risulta di circa il 25%.

RASTRELLAMENTO DAL TERRITORIO NAZIONALE DEGLI ORDIGNI ESPLOSIVI, MUNIZIONI ED ALTRI MATERIALI BELLICI IN SUPERFICIE

Parallelamente all’Ufficio Centrale b.c.m. del Genio, i Reparti della nuova Artiglieria avevano cominciato, sia direttamente sia con imprese specializzate, il rastrellamento dei materiali ed ordigni esplosivi, nei modi di cui, più dettagliatamente, si parla in seguito riferendoci alla parte specifica di quest’opera e del lavoro realizzato al riguardo. Questo rastrellamento del Territorio Nazionale da materiali, ordigni ed esplosivi – sotto l’aspetto dell’organizzazione, del funzionamento e del rendimento – può suddividersi in due periodi e precisamente:
>Agosto 1944 – Primavera 1945 (prima della liberazione di tutto il Territorio Nazionale);
>Primavera 1945 – Giugno 1948 (dopo la liberazione di tutto il Territorio Nazionale)

PERIODO AGOSTO 1944-PRIMAVERA 1945

Sin dall’agosto 1944 la Direzione Generale Artiglieria – Ufficio Recuperi – in considerazione che il precitato rastrellamento:
·  rivestiva carattere politico, economico e sociale, incidendo sulle esigenze della ricostruzione Nazionale;
·  non poteva essere differita, poiché da ogni parte se ne sollecitava l’esecuzione per ridare sicurezza alle popolazioni;

per restituire terre all’agricoltura e per stroncare l’illecita sottrazione degli innumerevoli materiali ovunque sparsi, formulò un programma di rastrellamento dei precitati residuati del Territorio Nazionale basato sul criterio di affidare:

  • ad imprese civili i lavori di cui trattasi per la quasi totalità del Territorio Nazionale, effettuando, prima, a titolo sperimentale, il rastrellamento in alcuni Comuni della Provincia di Roma, Frosinone, L’Aquila, Chieti, allo scopo di avere elementi concreti per stabilire dati attendibili per tutti i lavori da eseguire in appalto, sia nelle province già liberate, che nelle altre, man mano che vennero restituite dagli Alleati all’Italia;
  • alle Direzioni di Artiglieria il rastrellamento del territorio circostante ai rispettivi stabilimenti per un raggio non superiore ai 30 Km.

I lavori, data la carenza dei mezzi di trasporto e la deficienza di specializzati, non ebbero subito il desiderato sviluppo. Successivamente (verso la fine del 1944) venne presa in esame la possibilità di provvedere ai lavori in questione con mezzi militari e si studiò la costituzione di appositi “gruppi di rastrellamento e recupero”, a disposizione delle Direzioni di Artiglieria. Neanche tale programma poté essere realizzato per insufficienza delle razioni viveri messe a disposizione dagli Alleati e per la mancanza d’automezzi (richiesti insistentemente e mai ottenuti). In conseguenza di quanto sopra i lavori di rastrellamento praticamente affidati alle Direzioni d’Artiglieria ed a qualche stabilimento dell’Esercito, dato i limitati mezzi a disposizione, furono per lungo tempo limitati alle sole operazioni d’intervento su specifiche segnalazioni d’urgenza.
Concludendo:

·  la deficienza del personale: quantitativa (per la limitazione di razioni viveri) e qualitativa (pochi specializzati)
·  la deficienza e talvolta la mancanza assoluta di mezzi di trasporto (indispensabili per le operazioni di bonifica e rastrellamento)
·  i vincoli posti dagli Alleati al movimento di persone e cose militari;

hanno fatto sì che fino alla primavera del 1945 le operazioni di bonifica o rastrellamento non avessero potuto avere ancora adeguato sviluppo.

PERIODO PRIMAVERA 1945 – GIUGNO 1948 1 – Organizzazione e funzionamento del servizio

Solo dopo la liberazione di tutto il Territorio Nazionale, i lavori di rastrellamento incominciarono ad avere il necessario sviluppo con:

  • un’organizzazione dei rastrellamenti e recuperi decentrata ai Comandi Militari Territoriali;
  • l’impiego di imprese civili in concorso con le organizzazioni militari.

Gli organi direttivi per il funzionamento del servizio di recupero furono i Comandi Artiglieria, i quali provvidero per mezzo delle Direzioni d’Artiglieria (Organi esecutivi) all’esecuzione del Servizio stesso.
Alle sezioni di rastrellamento bombe e proietti, vennero affidati principalmente i rastrellamenti e i brillamenti d’urgenza, mentre il rastrellamento metodico ed integrale di intere regioni venne affidato, mediante gare, ad imprese civili (ad eccezione di particolari zone, abitati ed opere d’arte, il rastrellamento delle quali fu effettuato direttamente dai Comandi Artiglieria per mezzo delle predette sezioni rastrellamento bombe e proietti). Per effetto di tale organizzazione (che poté trovare rapida e pratica attuazione alla periferia, perché furono messi subito a disposizione adeguati fondi e il personale e i mezzi per la costituzione delle sezioni rastrellamento bombe e proietti) il risanamento del Territorio Nazionale da materiali e ordigni esplosivi in superficie fin dai primi mesi del 1946, fu in pieno sviluppo e fu gradatamente intensificata, in parte a gestione diretta (Direzione d’Artiglieria), in parte ad appalto a ditte civili, osservando il seguente ordine di precedenza:

·  rimozione, brillamento o recupero degli ordigni esplosivi;

·  sgombero del materiale inerte pesante, per liberare strade, ponti, ferrovie ed opere d’arte in genere;

·  recupero, per la conseguente riutilizzazione da parte dell’A.M., o alienazione in posto, dei residuati di guerra.

2 – Personale e automezzi impiegati per la gestione diretta

Durante l’esecuzione dei lavori di rastrellamento d’ordigni, esplosivi, munizioni ed altri residuati bellici in superficie del territorio Nazionale eseguiti dagli organi esecutivi dell’Artiglieria, 260 persone tra militari e civili sono decedute e 342 sono rimasti infortunati. Gli automezzi impiegati per l’attività a gestione diretta variarono in complesso, da un massimo (Giugno 1946) di 50 automezzi militari e 50 automezzi civili ad un minimo (Dicembre 1947) di 30 automezzi militari e 25 automezzi civili.

3 – Principali provvedimenti ed accorgimenti adottati per i rastrellamenti di Artiglieria

Allo scopo di rendere più sollecito e meno pericoloso il lavoro, furono presi i seguenti principali provvedimenti ed adottati i conseguenti accorgimenti:

  • acquisto dall’A.R.A.R. da parte dell’Ispettorato Bonifica Immobili da Ordigni Esplosivi, di automezzi ed autogrù, che furono distribuiti ad ogni direzione e sezione Autonoma Artiglieria nella misura di un Autocarro Dodge, un’autogrù e una motocicletta;

B.  costruzione da parte della Direzione di Artiglieria di Roma di n. 22 apparecchi per l’inertizzazione di ordigni esplosivi (foro nell’involucro realizzato per via chimica). Gli apparecchi, distribuiti alle altre Direzioni e Sezioni Staccate d’Artiglieria, non hanno dato sempre ottimi risultati soprattutto quando, per dilavare velocemente l’esplosivo contenuto negli involucri, si è cominciato ad usare vapore acqueo prodotto in caldaie chiuse e quindi sotto pressione.-

4 – Azione svolta per stroncare l’illecita attività nel campo dei recuperi

In considerazione che l’illecita sottrazione di residuati di guerra sparsi sul terreno da parte di ditte civili o privati raccoglitori:
·  costitutiva grave danno per l’Amministrazione Militare che aveva interesse di recuperare al massimo i residuati predetti, sia per i propri bisogni, sia per cederli alle industrie siderurgiche in compenso di semilavorati;
·  interferiva con il lavoro delle ditte autorizzate rendendo sostanzialmente inattuabili i contratti stipulati per il recupero dei residuati di guerra;
·  avviava, fra l’altro, verso destinazioni ignote, ingenti quantitativi d’esplosivi per usi che potevano essere anche delittuosi o almeno pericolosi;

la Direzione Generale di Artiglieria prima, (fino al Giugno 1946) e l’Ispettorato Bonifica poi (dopo il Giugno 1946) – d’accordo con il Ministero degli Interni, Ministero dell’Industria e Commercio, Ministero dei Trasporti, la Land Forces Sub Commission A.C. (M.M.I.A.), la Direzione Generale dell’A.R.A.R., il Comando Generale dei Carabinieri, il Comando Generale della Guardia di Finanza – svolsero continua ed efficace azione tendente a stroncare tale illecita attività.

I principali provvedimenti in merito riguardarono:
·  il rigoroso vaglio delle richieste di carri ferroviari;
·  l’annullamento di tutte le vecchie autorizzazioni date dalle autorità americane al recupero di materiali sui campi di battaglia e dell’A.R.A.R.;
·  il fermo d’ogni trasporto di residuati di guerra da parte di privati, non giustificato da autorizzazione rilasciata di volta in volta dalle Direzioni o Comandi Artiglieria competenti per Territorio;
·  il controllo presso i principali stabilimenti siderurgici e metallurgici alfine di porre il fermo su tutti i residuati di guerra d’illecita provenienza, che giungessero agli stabilimenti predetti.

Tale azione, se non riuscì a stroncare completamente l’illecita attività nel campo dei recuperi, valse non solo a frenarla, ma a far recuperare all’A.M. (mediante fermi e sequestri), ingenti quantitativi di residuati di guerra illecitamente raccolti e trasportati.

DATI RIASSUNTIVI RELATIVI AI LAVORI DI BONIFICA DEL TERRITORIO DA MINE ED ORDIGNI ESPLOSIVI

PARTE GENIO (b.c.m.):

Lavori eseguiti in un primo tempo dalla Direzione Generale del Genio e poi dall’Ispettorato I.B.I.OE. a mezzo delle Zone e Sottozone B.C.M.:
·  Accertamenti eseguiti su oltre 5 milioni di ettari
·  Terreni sminati oltre 200.000 ettari, distruggendo non meno di 12 milioni di mine, 20.000 ton. di altri esplosivi detonanti, e circa 3 milioni di bombe e granate interrate.
·  Personale impiegato nei lavori:
·  4 compagnie militari con circa 600 soldati rastrellatori,
·  120 ufficiali,
·  60 sottufficiali,
·  3.000 rastrellatori civili.
·  1.500 ausiliari vari e personale di ufficio.
·  Perdite di personale: 4 ufficiali; 170 (circa) soldati rastrellatori delle Compagnie Militari; 393 rastrellatori civili; 138 mutilati; 389 feriti.

PARTE ARTIGLIERIA:

Lavori eseguiti in primo tempo dalla Direzione Generale di Artiglieria e successivamente dall’ispettorato B.I.O.E, per mezzo dei Comandi e Direzioni di Artiglieria Territoriali:
·  Comuni controllati n. 6.721.
·  Ordigni esplosivi fatti brillare circa 13 milioni.
·  Ordigni esplosivi recuperati oltre 100 milioni.
·  Armi portatili recuperate oltre trecentomila.
·  Artiglierie recuperate cinquemila.
·  Mezzi automobilistici recuperati 4.500.
·  Esplosivo recuperato e distrutto q.li 22.500.
·  Personale impiegato (forza massima) 78 ufficiali, 195 sottufficiali, 173 uomini di truppa e 1.793 operai civili.
·  Perdite: 260 tra militari e civili deceduti; 342 infortunati.

CONCLUSIONI

Le bonifiche organizzate dall’Ufficio Centrale B.C.M. prima e dall’Ispettorato Bonifica Immobili Ordigni Esplosivi poi, esaurite quelle dei campi minati organizzati e conosciuti, il 31 ottobre 1948 furono giudicate concluse per la parte preponderante delle esigenze e le presunte minime necessità residue ritornarono di competenza, rispettivamente della Direzione Generale del Genio Militare per la b.c.m. (comprendendo la ricerca, localizzazione, scoprimento, rimozione, disattivazione e/o distruzione d’ogni tipo di residuato bellico esplosivo interrato), e della Direzione Generale d’Artiglieria per il rastrellamento dei residuati bellici affioranti o rinvenuti in superficie (escluse le mine). In questa data quasi tutto il personale venne congedato (se militare non di carriera) o licenziato. Furono mantenuti al lavoro soltanto i civili mutilati o congiunti di Caduti b.c.m. che erano abili a proficuo lavoro; questi passarono alle dipendenze del Ministero della Difesa, insieme a 200 ex rastrellatori.
Francamente stupì che la prevalenza dei benemeriti bonificatori rimanesse disoccupata, con il solo viatico di attestati e diplomi di benemerenza e con un’indennità di licenziamento che, pur maggiorata, ben presto si esaurì per la vita quotidiana.
Analogamente, per effetto della ristrutturazione dei Reparti ed Enti dell’Esercito, nel 1998 sono stati chiusi gli Uffici B.C.M. esistenti presso quasi tutte le Direzioni Genio Militare, lasciando in vita (con compiti ridotti), gli Uffici B.C.M. di Padova e Napoli.- Il personale specializzato in parte è stato impiegato in una nuova Organizzazione costituita presso i Reggimenti del Genio, mentre l’altro (in prevalenza civile), è stato riassorbito in strutture militari con altri compiti ed altre mansioni.
Si ritiene superfluo precisare il numero degli interventi bonificatori compiuti a tutto il 1998 dalle piccole squadre esecutive composte da personale militare e civile (mai più di quattro/cinque unità nel migliore dei casi), delle Sezioni B.C.M. delle Direzioni Genio Militare: sono migliaia e tutti verbalizzati.
Analogamente non si cita l’elenco dei milioni e milioni d’ordigni esplosivi pericolosi che sono stati eliminati nello stesso periodo e che si aggiungono alle copiose quantità di quelli distrutti fino al 31 ottobre ’48.
Il problema identico (costituito dai residuati del conflitto 1940-45), sussiste in Francia, in Germania, in Olanda ed ovunque sia passata la guerra. È noto, infatti, come riporta sovente la stampa che, a quasi sessant’anni dall’ultimo conflitto mondiale, molte Regioni del mondo sono ancora infestate dai residuati bellici esplosivi pericolosi. Un elaborato dell’ONU sottolinea che, durante la seconda guerra mondiale, non esplosero dal 5 al 10 per cento degli ordigni impiegati nelle azioni belliche di quel periodo e, quindi, milioni di proiettili, di bombe a mano ed altri residuati esplosivi costituiscono ancora pericolo costante, per eliminare il quale deve provvedere chi a ciò è preposto in linea di diritto. Gli ordigni, le mine isolate, le bombe inesplose e gli altri aggeggi bellici lasciati dagli eventi bellici dal 1940 al 1945, pur ridotti di numero, rimangono. Ovviamente non vengono trattati in questa sede i problemi costituiti dalle mine e dagli altri ordigni inesplosi presenti in altre aree del Mondo che ammontano:
·  in Afganistan a circa 20 milioni;
·  in Kuwait a circa 6 milioni;
·  in Kurdistan a circa 7 milioni;
·  in Bosnia a circa 6 milioni;
·  nel resto del mondo a circa 89 milioni.-
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L’Amministrazione Militare continua a provvedere all’eliminazione dei residuati bellici ancora presenti nel Territorio nazionale nelle forme di concorso, definite con il Ministero dell’Interno nei modi elencati nel “Libro Bianco 2002 della Difesa”, cioè:

La bonifica ordigni esplosivi comprende il complesso di attività volte a ricercare, localizzare, individuare, scoprire, esaminare, disattivare, rimuovere o neutralizzare qualsiasi ordigno esplosivo.- Gli interventi, in relazione allo scopo che si prefiggono ai fini concorsuali, comprendono:
·  la bonifica occasionale, per motivi connessi con la salvaguardia della vita umana o la pubblica utilità, a seguito del ritrovamento di ordigni esplosivi rinvenuti in superficie o parzialmente interrati.- Alle bonifiche occasionali provvedono quotidianamente gli Artificieri dei Reparti del Genio;
·  la bonifica sistematica a scopo preventivo su aree in cui si presume la presenza di ordigni interrati o non individuabili a vista.- Si tratta di attività affidata di norma a ditte civili specializzate nel settore avvalendosi del supporto tecnico della Forza Armata (Direzioni Genio Militare e Comandi Genio).

CONSIDERAZIONI FINALI

Noi, oggi, ex rastrellatori della passata e gloriosa B.C.M. fortunatamente superstiti, vogliamo onorare i nostri CADUTI, ricordarli per i loro sacrifici alle nuove generazioni e desideriamo che tutti abbiano per LORO rispetto e gratitudine.

  • Contemporaneamente vogliamo ricordare e ringraziare tutti coloro (militari e civili), che per anni hanno svolto questa attività sia alle dipendenze dell’Amministrazione della Difesa sia delle Imprese specializzate del Settore, ricercando, scoprendo, rimuovendo e neutralizzando tutti gli ordigni rinvenuti sia in superficie sia interrati.
  • Essi hanno saputo (per la comune appartenenza di Specializzazione), mantenere viva la professionalità, la dedizione e l’orgoglio di appartenervi, con la consapevolezza di operare – sempre – per la tutela dell’incolumità pubblica e privata!
  • Forse, in un giorno prossimo venturo qualche Autorità, in qualche commemorazione, si ricorderà di Loro ed avrà un pensiero per questi umili grandi veri Uomini.
  • Mi sia consentito rivolgere Loro il mio più grato ed affettuoso pensiero!