Ognuno recita il proprio ruolo, immerso in quella divina sensazione di devozione allo scopo comune: la realizzazione di un'opera d'arte, che anche la bonifica bellica sa idealizzare.

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Ognuno recita il proprio ruolo, immerso in quella divina sensazione di devozione allo scopo comune: la realizzazione di un'opera d'arte, che anche la bonifica bellica sa idealizzare.

Una parete di funghi

Categories: Editoriali

di Elena Franchi

Dalla guerra di Crimea, la fotografia ha accompagnato e documentato i conflitti che si sono susseguiti nel mondo, segnando la storia del fotogiornalismo fino all’avvento della televisione

Le celebrazioni per la Prima guerra mondiale sono state l’occasione per allestire a Padova una mostra recentemente conclusa, Questa è guerra. 100 anni di conflitti messi a fuoco dalla fotografia, curata da Walter Guadagnini e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. La guerra di Crimea (1853-1856) rappresenta un importante spartiacque nella storia dell’informazione di guerra. L’opinione pubblica voleva essere aggiornata sull’andamento del conflitto e il direttore del “Times” decise di inviare al fronte il giornalista William Russell, primo corrispondente di guerra. Nei conflitti precedenti, i giornali si limitavano a riproporre le notizie riportate nelle testate locali o i resoconti inviati dagli ufficiali al fronte. Non era facile per Russell entrare in contatto diretto con ufficiali e soldati impegnati in battaglia, quindi si concentrò sui feriti e i reduci dal fronte. Ma il 25 ottobre 1854 era presente al massacro della cavalleria britannica da parte dell’esercito russo, e non poté fare a meno di descrivere duramente la disfatta del suo paese, tanto da creare forti attriti fra la stampa e le autorità politiche e militari. Fu così che il governo inglese ricorse a un altro mezzo di comunicazione, la fotografia, inviando in Crimea uno dei fondatori della Royal Photographic Society, Roger Fenton, che diffuse scene meno violente, e più accettabili, di quanto riportato nella stampa: dai momenti di svago dei militari alle tavole imbandite degli ufficiali. Come ci ricorda il bel saggio di Walter Guadagnini a introduzione del catalogo, per ragioni tecniche Fenton non poteva fotografare da vicino le battaglie, e per ragioni di Stato non poteva mostrare i corpi dei caduti, in particolare del proprio esercito: “La fotografia di guerra si basa quindi originariamente su delle assenze, che impoveriscono il linguaggio degli autori, ne limitano le scelte, impediscono di insistere su quelli che sono gli aspetti più spettacoli della guerra, il movimento, lo scontro, la concitazione e, soprattutto, la sofferenza, il sangue, la morte” (pp. 13-14). Il Vietnam rappresenta un altro punto di non ritorno per l’informazione di guerra. Grazie alle notizie e alle immagini diffuse in televisione e nella stampa, si sviluppò una corrente di opinione pubblica fortemente contraria all’intervento americano. Da allora le informazioni relative ai conflitti vennero rigorosamente controllate e censurate, come dimostra la guerra delle Falkland, nel 1982, fra Inghilterra e Argentina, sottoposta a un tale controllo nella circolazione delle notizie da non lasciare alcuna immagine particolare nella memoria collettiva. Ben diverso il caso della guerra del Golfo del 1991, un vero conflitto in diretta, una guerra dell’immagine. Non dev’essere stato facile selezionare le foto da proporre nella mostra, che si snoda fra alcune scelte più scontate e altre estremamente innovative. Non potevano mancare le immagini icona di Robert Capa, né i reportage di Henri Cartier-Bresson, ma altre sezioni hanno sicuramente offerto punti di vista più nuovi e interessanti. Nella prima sala, una grande stampa di Luc Delahaye raffigura un paesaggio di campagna che sembra aver poco a che fare con il tema della mostra. A parte, forse, per quel rifugio che emerge appena nel vasto campo giallo. C’è una nuvola scura nell’aria. Siamo in Afghanistan, la nuvola è il fumo di un bombardamento americano su una postazione talebana: calma apparente. La fotografia colpisce solo uno dei nostri sensi, la vista, ma, forse, possiamo immaginare il rumore dell’esplosione, gli odori della guerra, lo spostamento d’aria e la forza della terra che esplode e si diffonde ovunque. Prima guerra mondiale, immagini che ci parlano di un tempo lontanissimo, un tempo in cui i messaggi viaggiavano grazie alle ali dei piccioni. La mostra è anche un’occasione per seguire l’evoluzione dalla fotografia dalle stereoscopie, presenti nelle sale dedicate al primo conflitto, alle foto satellitari delle ultime sezioni. La tecnica condiziona infatti fortemente le riprese: i lunghi tempi di posa, prima della fotografia istantanea, non potevano riprodurre le concitate fasi di un combattimento. Noto, nelle immagini provenienti dal Museo Storico della Terza Armata di Padova e in quelle scattate dalla nobildonna italo-russa Anna Maria Borghese, al fronte come crocerossina, che nella mostra è stata effettuata la scelta di lasciare invariate le didascalie originali. In realtà, pur rispettando le didascalie dell’archivio di provenienza, avrei preferito che quelle inesatte o imprecise fossero state corrette. Le didascalie, infatti, spesso costituiscono l’unica chiave di lettura di una fotografia, il messaggio che l’immagine intende trasmetterci. Messaggio che non è necessariamente quello che in realtà ci arriva. Seconda guerra mondiale, guardo le foto di William Eugene Smith e leggo le didascalie: Le truppe americane utilizzano i lanciafiamme per stanare i giapponesi, Saipan 13 luglio 1944; Gli imboscati, asfissiati dal fumo dei lanciafiamme, emergono dal rifugio, Saipan 20 luglio 1944. Gli imboscati che scappano dal rifugio sono una donna spaventata e un bambino seminudo. La fine della guerra ci parla della ricostruzione, della ricerca di normalità e di una nuova vita da parte della popolazione. In Germania, August Sander, classificatore di tipi umani in Uomini del XX secolo, torna sui luoghi di Colonia fotografati prima della guerra per riscoprirli dopo i bombardamenti, in una sorta di catalogo delle rovine. In Giappone, Tadahiko Hayashi testimonia lo stato di degrado morale del paese sconfitto e occupato, la prostituzione delle donne incoraggiata dalla presenza delle truppe americane, la diffusione di abitudini e atteggiamenti importati dall’Occidente. Mi viene in mente la Napoli crudamente descritta da Curzio Malaparte in La pelle, durante l’occupazione alleata, con la verginità delle ragazze esibita per un dollaro ai soldati, e la processione delle donne di altre regioni verso la città: “Dalle Calabrie, dalle Puglie, dalla Basilicata, dal Molise, giungevano ogni giorno a Napoli, su carretti trainati da poveri asinelli, su autocarri alleati, e la maggior parte a piedi, schiere di ragazze sode e robuste, quasi tutte contadine, attirate dal miraggio dell’oro. E così i prezzi della carne umana sul mercato napoletano erano venuti precipitando, e si temeva che ciò potesse avere conseguenze gravi per tutta l’economia della città” (Curzio Malaparte, La pelle, I ed. 1949, Adelphi, Milano 2010, p. 20). Una parete è completamente coperta da una serie di immagini di funghi atomici, gli esperimenti nucleari condotti dagli Stati Uniti fra il 1946 e il 1957 nel deserto del Nevada e nell’atollo di Bikini. Hanno un fascino pericoloso queste fotografie, a metà strada fra nuvole, piante e fiori rari. Come sottolinea Guadagnini: “Il problema è che rovine ed esplosioni sono terribilmente fotogeniche, anche se è difficile ammetterlo” (p. 16). Una foto anonima di Hiroshima ci ricorda l’effetto di questi fiori di fumo: una terra devastata senza più tracce di vita. E ancora, la sezione dedicata al Vietnam; le foto senza velo delle donne algerine, destinate ai documenti di identità richiesti dai francesi; la guerra del Libano o le foto inguardabili delle fosse comuni in Bosnia. Ma un’immagine può essere durissima anche se mostra elementi che, in altri contesti, non hanno niente di drammatico. Si tratta delle foto di Ziyah Gafić, oggetti quotidiani trovati nelle tasche delle vittime bosniache nel momento dell’esecuzione. Occhiali, orologi, la foto del bambino, accendini, un portachiavi fatto a cuore fotografati sui tavoli della polizia scientifica, ora parte del progetto Quest for identity per cercare di restituire un’identità alle vittime e favorire il riconoscimento degli oggetti da parte dei familiari. L’idea dell’elenco, delle fotografie-lista, ritorna nelle torri di controllo israeliane del palestinese Taysir Batniji, o nel lavoro di Mishka Henner che, senza abbandonare la sua postazione, ricostruisce grazie a fotografie satellitari e informazioni liberamente disponibili sul web 51 basi americane militari sparse per il mondo, a testimoniare un impossibile controllo globale (Fifty-one US Military Outposts). Una mostra non tanto sulla guerra, quanto sul “racconto” della guerra e sui diversi modi di rappresentarla e, probabilmente, sul nuovo ruolo che il professionista del reportage fotografico dovrà ritagliarsi in questo incessante flusso di immagini fra riprese televisive e video amatoriali diffusi sul web. Per approfondire: Questa è guerra. 100 anni di conflitti messi a fuoco dalla fotografia, a cura di Walter Guadagnini, con la collaborazione di Ilaria Speri, Marsilio, Venezia 2015.

Foto-Fonte: laricerca.loescher.it

10 luglio 2015

Foto: Locandina della mostra

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