Ognuno recita il proprio ruolo, immerso in quella divina sensazione di devozione allo scopo comune: la realizzazione di un'opera d'arte, che anche la bonifica bellica sa idealizzare.

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Ognuno recita il proprio ruolo, immerso in quella divina sensazione di devozione allo scopo comune: la realizzazione di un'opera d'arte, che anche la bonifica bellica sa idealizzare.

Tra i resti della corazzata “Wien” affondata dai Mas nel ’17

Categories: Bonifica perché

di Pietro Spirito
TRIESTE. I resti della nave da battaglia “Wien” compaiono davanti alla luce delle torce come spettri di metallo contorto, ingentiliti dalle corone fluttuanti degli spirografi, simili a fiori colorati disseminati fra le lamiere. Se ne era persa la traccia per cinquant’anni, dopo le ultime demolizioni effettuate dai palombari, era stata ritrovata nel 2008, e adesso, a cento anni dallo scoppio della Prima guerra mondiale, la corazzata S.M.S. «Wien», affondata dal Mas 9 di Luigi Rizzo la notte del 10 dicembre 1917, torna a fare mostra di sè, a 20 metri di profondità nel vallone di Muggia, a meno di mezzo miglio di distanza dagli impianti della Ferriera. Ciò che rimane del relitto dell’unità da guerra austroungarica appare come un grande scheletro rovesciato, coperto da uno spesso strato di fango dal quale emergono pezzi contorti della fiancata, alcune ordinate incrostate come costole di una gigantesca carcassa, ma anche parti di un ponte, frammenti irriconoscibili di quella che fu un’unità da combattimento da 5600 tonnellate. Le ultime cronache degli anni Cinquanta, davano la nave completamente fatta a pezzi per recuperare ferro e acciaio. Invece buona parte dello scafo della corazzata è ancora lì. L’occasione per visitare i resti della “Wien” è la realizzazione di un filmato nell’ambito di un documentario della sede regionale della Rai, per la regia di Luigi Zannini. Con l’appoggio dei Vigili del Fuoco e gli appositi permessi della Capitaneria di Porto la troupe della Rai ha girato in superficie alcune scene del documentario dedicato ai relitti del Golfo di Trieste, mentre le riprese subacquee sono state affidate a Stefano Caressa, dell’omonima ditta di lavori marittimi di Grado. Era stato proprio Caressa, nel 2008, a ritrovare il relitto nella baia di Muggia, basandosi su una vecchia carta nautica ed effettuando un sopralluogo con il side scan sonar, apparecchio che permette di «fotografare» il fondo del mare con sorprendente precisione. Allora una prima ricognizione subacquea aveva dato un’idea sommaria dei resti della nave, a causa della scarsa visibilità. Ora, anche con l’utilizzo di un Rov – una telecamera subacquea filoguidata -, i sommozzatori dei Vigili del Fuoco hanno effettuato un più ampio sopralluogo tecnico sul relitto dello scafo che novantasette anni fa venne colpito dai siluri di Luigi Rizzo. Quella sera del 10 dicembre 1917 il mare era leggermente mosso ed era coperto da una densa foschia. Oltre la grande diga del vallone di Muggia le corazzate gemelle “Wien” e “Budapest” erano alla fonda, come grandi animali addormentati, dopo aver martellato un mese prima le postazioni dell’artiglieria italiana alla foce del Piave, sull’isolotto di Cortellazzo. Dopo la dodicesima battaglia dell’Isonzo che aveva scompigliato gli equilibri di forze nel golfo, le due unità imperiali erano una minaccia per i comandi delle forze armate italiane, che affidarono all’allora sottotenente di vascello Luigi Rizzo il compito di neutralizzare le due navi da difesa costiera. La sera dell’attacco i Mas 9 e 13, trainati da due torpediniere partite da Venezia, arrivarono alle 22.45 al punto stabilito in mezzo al golfo. Azionati i motori elettrici, i barchini raggiunsero nella più assoluta oscurità la testa Nord della diga. Rizzo ormeggiò, scese, e si rese conto che non c’era nessuno di guardia. Dall’altra parte della diga si sentivano voci, ma le sentinelle austriache non si accorsero degli incursori italiani. Silenziosamente i Mas raggiunsero le ostruzioni oltre a diga. Per due ore gli uomini al comando di Rizzo tagliarono sette cavi d’acciaio sotto il pelo dell’acqua, a diversi livelli. Quando mancavano due minuti alle due di notte fu aperto l’ultimo varco. I Mas si avviarono quasi alla cieca verso gli obiettivi: il Mas 9 puntò sulla “Wien”, il 13 sulla “Budapest”. Alle 2.32, giunto a 50 metri dalla sagoma scura dell’unità, Rizzo lanciò i siluri. Alte colonne d’acqua si alzarono nella notte. Lanciò anche il Mas 13 verso la “Budapest”, ma i siluri mancarono il bersaglio ed esplosero sulla banchina. Le difese austriache di terra si svegliarono, e presto fu un inferno di luci e spari. I due Mas fuggirono a tutta forza e riuscirono a mettersi in salvo.

Intanto la “Wien” affondava in quello stesso mare che le aveva dato i natali. Ricorderà il comandante della nave, il capitano di fregata Leopold Huber von Schebenhain: «Lo sbandamento aumentò rapidamente, e la nave si piegò a dritta, finché il ponte di coperta si trovò quasi in posizione verticale, e così perdemmo l’equilibrio e scivolammo. Dal siluramento al momento dell’affondamento trascorsero circa 5 minuti». La corazzata colò a picco portando con sé 33 marinai. Per diversi giorni il mare restituì i loro corpi lungo la costa muggesana. La “Wien” rimase coricata sul fondo del vallone di Muggia per dieci anni. Nel maggio del 1925, in occasione delle celebrazioni per il decennale della Grande guerra, il gigante d’acciaio cominciò ad essere fatto a pezzi. I palombari della ditta Serra di La Spezia effettuarono una parziale demolizione del relitto, recuperando lo sperone di prua, che fu regalato a D’Annunzio e portato al Vittoriale, e il pezzo della poppa con il nome della corazzata, oggi conservato al Museo dell’Arsenale di Venezia. Venne recuperata anche la fiancata colpita dai siluri di Rizzo, mentre alcuni frammenti vennero murati dalla Lega Nazionale su un lato della diga foranea, che da allora ha preso il nome di Rizzo. Giunto a Trieste per l’occasione, lo stesso affondatore della nave, infilato l’elmo da palombaro, scese sul fondo a vedere da vicino la preda uccisa e fatta a brani. La demolizione del relitto proseguì nel corso del tempo, a più riprese, ad opera delle ditte Ferrazzutti, Montanari e Babich. Tra il 1953 e il 1955, i palombari dell’Impresa lavori subacquei di via San Servolo, tra cui Paolo Lavagnini e Bruno Lonza, utilizzarono anche l’esplosivo per riportare in superficie le parti ancora utilizzabili. Dopodiché lo scheletro della “Wien” rimase si trova ancora oggi. Fonte: http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2014/06/29/news/tra-i-resti-della-wien-affondata-dai-mas-nel-17-1.9504931
Foto: Il Piccolo. (un sub accanto una lamiera della Wien)

Il video a cura di Stefano Caressa

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