Ognuno recita il proprio ruolo, immerso in quella divina sensazione di devozione allo scopo comune: la realizzazione di un'opera d'arte, che anche la bonifica bellica sa idealizzare.

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Ognuno recita il proprio ruolo, immerso in quella divina sensazione di devozione allo scopo comune: la realizzazione di un'opera d'arte, che anche la bonifica bellica sa idealizzare.

Terrorismo e beni culturali #2 – Distruggere il patrimonio

Categories: Editoriali

Elena Franchi

La distruzione deliberata del patrimonio culturale risponde bene a due scopi: l’annientamento della cultura del nemico e la possibilità mediatica di attirare l’attenzione del mondo

Uno dei casi più noti di distruzione intenzionale di beni culturali è sicuramente quello dei Buddha di Bamiyan, colpiti dai talebani nel marzo del 2001. La Valle di Bamiyan si trovava lungo la via della seta. Monaci buddisti accompagnavano le carovane di merci che trasportavano seta dalla Cina, articoli di vetro da Alessandria, statue bronzee da Roma, avori decorati dall’India: tutti oggetti ritrovati nei siti afghani, che oggi si trovano in uno dei territori più minati al mondo. Milioni di mine, secondo la stima dell’Onu, che hanno prodotto vittime e mutilati, soprattutto bambini. Mine lasciate prima dall’Armata Rossa, poi dal governo afghano e dai guerriglieri in più di vent’anni di conflitto, a cui si sono aggiunte le cluster bombs, le bombe a grappolo americane. Nei primi secoli dell’era cristiana, in questa valle sorsero monasteri buddisti e nacque una nuova arte: quella del Gandhara, con influenza ellenistica. Fra il III e il V d.C. vennero costruiti il grande e il piccolo Buddha di Bamiyan (rispettivamente 55 e 38 metri di altezza). In un paesaggio aspro, lungo una difficile strada, si apriva improvvisamente questa valle meravigliosa, in cui i pacifici Buddha accoglievano i viandanti con un gesto rassicurante. Il Mullah Omar, nel 1999, aveva assicurato che i Buddha non sarebbero stati distrutti: erano stati costruiti prima dell’avvento dell’Islam e non c’erano più da tempo buddisti a venerarli. Con un editto dichiarò che la ricca eredità culturale dell’Afghanistan avrebbe dovuto essere protetta e conservata. Nel 2000 venne riaperto, dopo sette anni, il Museo nazionale dell’Afghanistan a Kabul, con la statua dell’imperatore Kanishka, e iscrizioni, bassorilievi, sculture, reperti provenienti dal sito di Surkh Kotal, scavato da Daniel Schlumberger direttore della missione archeologica francese in Afghanistan fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il museo venne immediatamente visitato anche dagli agenti del dipartimento per la Prevenzione del vizio e la preservazione della virtù. La vista delle sculture venne considerata oltraggiosa, non tollerabile. Nel Corano sono presenti dei versetti che vengono interpretati come il divieto di raffigurare esseri viventi, ma non tutti i califfi vietarono l’arte figurativa.Nel Corano sono presenti dei versetti che vengono interpretati come il divieto di raffigurare esseri viventi, prescrizione che ha dato origine alla ricca e suggestiva decorazione geometrica dell’arte islamica. In realtà esistono delle bellissime miniature islamiche che non solo ritraggono figure animate, ma lo stesso Maometto. Non tutti i califfi vietarono l’arte figurativa, purché non intaccasse il culto di Allah. In Afghanistan, la lotta interna per il potere portò al prevalere dell’impostazione più radicale e alla distruzione di molte statue del museo di Kabul, considerate un incentivo all’idolatria. Il Mullah Omar finì con l’emanare l’editto del 26 febbraio 2001, con cui si ordinava la distruzione di tutti gli idoli, i falsi dei presenti nel paese. Il museo venne ulteriormente saccheggiato e i Buddha furono colpiti a cannonate e fatti saltare con l’esplosivo. A seguito della distruzione dei Buddha, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, l’Unesco ha adottato un’apposita Dichiarazione riguardante la distruzione intenzionale del patrimonio culturale, approvata a Parigi il 17 ottobre 2003. Il preambolo fa esplicito riferimento alla distruzione dei Buddha e sottolinea la crescita del numero di atti volontari di distruzione del patrimonio culturale non solo in caso di conflitto armato, ma anche in tempo di pace. La Dichiarazione invita gli Stati a lottare contro la distruzione intenzionale del patrimonio culturale tramite l’adozione di appropriate misure legislative, amministrative, educative e tecniche. Gli Stati sono considerati responsabili sia se sono implicati nella distruzione intenzionale del patrimonio culturale, sia se si astengono dal prendere tutte le misure appropriate affinché tali distruzioni non abbiano luogo. Nella Dichiarazione, la distruzione intenzionale del patrimonio culturale è strettamente connessa alle violazioni dei diritti dell’uomo e del diritto umanitario internazionale. Il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, che si estende fra Iraq e Siria, ha messo a punto contro alcune comunità quella che la direttrice generale dell’Unesco Irina Bokova ha giustamente definito non una “pulizia etnica”, ma una “pulizia culturale”: Cultural Cleansing. Una distruzione culturale delle minoranze (che si aggiunge a quella fisica) per negare a una comunità diversa dalla propria la stessa possibilità di esistenza. Purtroppo, però, l’Unesco non è in grado di garantire in alcun modo, sul campo, la salvezza di questo immenso patrimonio. Nell’area controllata dall’Isis ci sono migliaia di siti archeologici, a testimoniare la presenza di grandi e antiche civiltà. Le distruzioni di cui quasi quotidianamente ci giungono notizie riguardano siti archeologici, musei e oggetti, tombe, chiese e luoghi sacri non islamici, ma anche islamici non sunniti, statue moderne, monumenti e biblioteche. L’Isis, che ben conosce il potere della propaganda, diffonde immagini e video delle opere distrutte, e posta le foto su twitter con didascalie che sottolineano come le distruzioni siano dirette alla demolizione degli idoli. È però molto difficile verificare l’attendibilità di queste informazioni. Spesso, sui giornali e sul web, le notizie delle distruzioni sono seguite da rettifiche che ridimensionano il fenomeno. Esistono dei siti internet, gestiti da archeologi, che cercano di controllare la veridicità delle informazioni mettendo a confronto le immagini degli edifici prima e dopo la distruzione. In mancanza di un controllo sul campo, una delle maggiori fonti d’informazione sono le foto satellitari, che possono documentare le distruzioni reali. A volte, infatti, si può trattare di notizie false diffuse appositamente per dare più enfasi alle conquiste. La guerra psicologica gioca un ruolo fondamentale nella strategia dei conflitti e ammette anche la diffusione di notizie false per ottenere il risultato. La distruzione, quindi, per eliminare la memoria e l’identità del nemico e per alimentare la propaganda. Ma anche, e in tutte le guerre, per mascherare un furto.

Foto-Fonte: https://laricerca.loescher.it/terrorismo-e-beni-culturali-2-distruggere-il-patrimonio/

Articolo 27 luglio 2015

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